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UNA SCINTILLA A LISBONA.

 

Hai il computer acceso.

Ti sei alzato per sgranchirti le gambe e prendere una decisione.

Sei andato alla finestra e ti sei messo a guardare la luna di ottobre.

Sussurri: l’ingiusto ordine del tempo.

Lo ripeti come fosse un refrain, l’ingiusto ordine del tempo.

Lo ripeti nella tua casa di Rua do monte Olivete a due passi dal giardino Principe Real.

E’ una stradina che scende ripida verso le acque del Tago. Quando lo vai a contemplare ti viene una struggente nostalgia. Sai che non hai molto tempo da vivere, ti sei detto più volte, il tempo stringe, quante volte ti sei domandato se è il tempo che invecchia o siamo noi ad invecchiare, siamo solo dei passeur, anche quello te lo sei ripetuto mille volte.

Ma tu non sei vecchio, è che la malattia ti ha preso, un destino.

E’ un ottobre umido e dall’Atlantico, spesso, sale la nebbia.

Ti domandi cosa sia meglio fare mentre resti alla finestra e pensi , per l’ennesima volta, a quello che ti è accaduto in questi ultimi mesi.

Eri alla libreria Bertrand e dalla vetrina scorgesti una ragazza che ti parve molto bella. Sospettasti che ti attendesse. Cancellasti il pensiero, ma quando uscisti carico di libri lei ti si fece incontro quasi gridando “Prof. Tabucchi”.

Fu l’intuizione di un istante. Passato e futuro si raggrumarono in quel momento infinitesimale, ineffabile.

Mi chiamo Fulvia ti disse e tu immaginasti che assomigliava ad Isabel, l’inafferrabile Isabel, lì giunta da altri sconosciuti mondi. No, non era Isabel, era una giovane e avvenente ragazza che si chiamava Fulvia. Ma tutto ti si confondeva, Il tempo ti stava giocando un altro dei suoi tiri

Fulvia ti disse che sapeva che eri a Lisbona, che era venuta a Lisbona in vacanza, che era iscritta alla scuola Normale Superiore di Pisa, che stava facendo la tesi di dottorato e che aveva scelto di scrivere sulla tua opera. Ti spiegò che era già due giorni che veniva alla libreria Bertrand sperando di incontrarti. I commessi l’avevano informata che tu ci andavi molto spesso. Ti confidò che aveva chiesto loro se conoscevano il tuo indirizzo. Loro avevano detto no, non lo sapevano, ma lei aveva intuito che lo conoscevano perfettamente. Però non aveva insistito.

Avresti voluto fuggire, invece la invitasti a casa tua.

Lei ti ringraziò e ti seguì senza tentennare.

Quando foste nel tuo appartamento cominciaste subito a parlare di libri e della sua tesi di specializzazione. La voleva intitolare: “L’anàstole. Il tempo circolare di Antonio Tabucchi”.

Ti stupisti e le chiedesti come le era venuta quella idea, ti rispose che si interessava molto al concetto di tempo e che il vero protagonista di tutti i tuoi romanzi e racconti, secondo lei, era il tempo. Sorridesti sentendo parlare del tempo, ti tornò in mente che, per te, il tempo stava stringendo.

Tu ascoltavi, ascoltavi, ascoltavi.

Eri affascinato e la ascoltavi.

Avresti ascoltato qualsiasi cosa lei ti avesse detto.

Eri come preso da un incantamento. E ripensavi ancora all’istante che ti aveva scombussolato

Ascoltavi e guardavi i suoi occhi azzurri, la sua morbida pelle ambrata.

I suoi gesti e il tono della sua voce ti erano stranamente noti..

Ti domandasti se provenisse da una tua memoria immemoriale, se fosse riemersa da spezzoni di un tempo dimenticato.

Ti domandasti, ancora, se lei non fosse l’incarnazione di Isabel che, tanto, avevi sognato.

Accettasti di aiutarla e decideste di vedervi per tutti i dieci giorni che lei avrebbe soggiornato a Lisbona.

Il tuo tempo si concentrò solo su di lei.

Mettesti tra parentesi il resto.

Anche la tua malattia era diventata niente.

Quando lei ritornava al suo albergo tu continuavi a pensare a lei, ai suoi occhi, al suo sguardo, alle sue riflessioni sui tuoi libri. Passavi dall’euforia alla tristezza. Ti dicevi che storia, che storia, bella e impossibile.

Ma quale storia?, aggiungevi nei momenti di sconforto.

Avevi paura.

Avevi paura della tua intuizione, ma contavi le ore che mancavano al vostro nuovo appuntamento. Quando suonava al tuo campanello ti batteva forte il cuore. Aspettavi prima di aprire perché non volevi che trapelassero i tuoi sentimenti. O lo avresti voluto e avevi paura? C’erano momenti in cui ti convincevi che aveva compreso ogni minimo smottamento della tua anima, che lo aveva cartografato. Ti dicevi, lei ha capito tutto, ma non può o non vuole darlo a vedere.

Perché il tempo è così crudele?

Quando uscivi gli amici e i conoscenti ti chiedevano cosa ti fosse accaduto. Camminavi eretto, per le strade di Lisbona, come non ti capitava da tempo Ti dicevano che eri ringiovanito, ti dicevano che ti vedevano bene come da tempo non succedeva, che avevi riacquistato colorito. Non te ne eri accorto, ma quella era stata la cura di Fulvia. Quando te ne rendesti conto ti domandasti se non avesse fatto il miracolo di fermare il tuo male.

Era il suo ultimo giorno di permanenza a Lisbona. L’indomani sarebbe ripartita per l’Italia. Si rivolse a te con la voce tremante e quella voce tremante sembrò svelarti emozioni inconfessate e inconfessabili. La sua voce tremante, pensasti, è la spia di un sentimento per me che ha cercato di tenere nascosto, ma adesso si è tradita Ti agitasti alquanto, ma facesti in modo di non darlo a vedere. Ti disse tutto d’un fiato che le dispiaceva partire, che tu l’avevi aiutata molto e che era molto contenta di averti conosciuto di persona. Non avesti il coraggio di chiederle il suo numero di cellulare. Le chiedesti la mail, una domanda che sembrò innocente, ma che non la era. Una mail in modo da restare in contatto per scambiare pareri, informazioni, comunicazioni. Non avesti il coraggio di dirle la verità: il suo indirizzo mail sarebbe stato il filo, anche se tenue, che vi avrebbe legato.

Vi scambiaste le mail e tu avesti l’impressione che lei fosse felice di darti il suo indirizzo.

Eri contento come un adolescente che ha strappato il primo appuntamento ad una ragazzina che tanto ha corteggiato.

Quando vi congedaste ti alzasti dalla scrivania e le chiedesti timidamente se potevi darle un bacio sulle guance. Lei te le porse immediatamente. Tu la baciasti prima su una poi sull’altra. Un bacio innocente anche se dentro di te bruciava la passione.

La passione di un morente.

Nei giorni seguenti alla sua partenza non facesti che pensare a lei. Ti mancava, ti mancava tanto, ti mancavano i giorni che avevi trascorso con lei. Uscivi di casa con l’illusione di distrarti. Passeggiavi per Lisbona, andavi a contemplare il Tago, andavi ai caffè del Rossio o a mangiare all’Alfama. Spesso telefonavi a tua moglie pieno rimpianto e di rimorso, anche se non era successo niente. Però non era vero che non era successo niente. Ti sedevi su una di quelle panchine che avevi descritto nei tuoi libri e guardavi il riverberarsi delle acque del fiume, ascoltavi il vocio dei pescatori, cercasti, per l’ennesima volta, di scoprire dove il fiume si trasforma in mare. Ancora una volta non ci riuscisti. Guardavi l’orizzonte lontano. Avevi sempre pensato che se tu avessi potuto vedere oltre ti sarebbe apparso dinnanzi il futuro, che era oltre la linea dell’orizzonte. Ma. ora, che futuro potevi avere? T domandasti ancora il senso di quell’apparizione, ma non avevi risposte

Intanto il sole che tramontava riempiva di riflessi arancioni il Tago.

Vi eravate promessi di scrivervi e quella promessa l’avevi presa sul serio, non era una promessa da marinaio.

Aspettavi il momento propizio.

L’università di Lisbona organizzò una conferenza che si intitolava “L’esoterismo e il Portogallo”. Con tua sorpresa ti avevano chiesto di essere uno dei relatori e tu avevi accettato.

Cogliesti l’occasione per scriverle. Le scrivesti una lunga mail in cui la ringraziavi per la collaborazione che avevate avuto, le confessaste che ti era capitato raramente di aver trovato una studentessa così preparata e che era stato un piacere conoscerla. Quei dieci giorni erano stati intensi e bellissimi.

La invitasti al convegno informandola, con pudore, che eri uno dei relatori. Poi ti perdesti in mille disquisizioni. E più scrivevi più ti accorgevi che non vi era nulla di autentico, che la questione vera restava nascosta tra inutili, anche se eleganti parole. Lo sapevi benissimo che l’unica cosa che ti interessava non era il convegno, ma rivederla.

Non glielo esplicitasti.

Non ne avesti il coraggio.

Se lo avessi fatto ti saresti troppo scoperto.

La tua mail era solo una grande maschera.

Ti rispose il giorno dopo.

Restasti deluso.

Ti aspettavi una mail affettuosa, forse riconoscente.

Non vi era nessuna traccia di tutto ciò.

Nessun accenno al piacere di avere passato dei momenti insieme.

Avesti l’impressione di un atteggiamento molto distante.

Fosti così deluso che ti domandasti se il tremore della sua voce e la sua permanenza a Lisbona non fossero state altro che una illusione o un sogno.

Si dilungava in particolari tecnici sull’anàstole e sul concetto di tempo. Era un modo elegante per non parlare di sé, per non parlare di voi.

Declinava l’invito perché aveva altri impegni, forse in futuro…per un altro convegno…magari dedicato ai tuoi libri…

Spegnesti il computer amareggiato e uscisti di casa.

Andasti alla libreria Bertrand là dove vi eravate conosciuti. Guardasti distrattamente i libri. Pensasti ancora una volta alla sua mail e alle distonie del tempo che, sempre, ti perseguitavano.

C’era qualcosa che ti rodeva dentro

Conoscevi troppo poco di lei.

Tornasti a casa in fretta e furia.

Non lo avevi mai fatto prima.

Lo facesti ora per la prima volta.

Con i pochi mezzi che avevi a tua disposizione ti mettesti ad indagare.

Usasti soprattutto facebook, uno strumento di cui ti servivi, ma che non amavi.

Scopristi che aveva fatto il liceo a Pisa e che aveva avuto ottimi voti. Scopristi che il suo curriculum all’Università di Pisa era notevole e la cosa non ti sorprese. Scopristi, ma questo già lo sapevi, che stava finendo il suo dottorato alla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Continuasti la tua ricerca e scopristi che aveva un fidanzato che si chiamava Stefano. Lei non ti aveva mai parlato di lui. In realtà lei non ti aveva mai parlato di sé.

Andasti sulla pagina facebook di Stefano.

Guardasti alcune foto che lo ritraevano in una spiaggia che non riuscisti a riconoscere.

Le osservasti con attenzione con l’intento di comprendere cosa poteva essere piaciuto a Fulvia di lui.

Non venisti a capo di nulla.

Ti sentisti indecente e voyeur.

Però non riuscivi a smettere.

Provavi rimorso, ma il rimorso non fu un deterrente.

La tradisco, così la tradisco, mormorasti. Eppure ritornasti sulla pagina facebook di Fulvia. Scorresti alcune foto. Alcune erano di quando era più giovane. Era bella ma le foto non le rendevano giustizia. Ti dicesti, questo è come era allora e non sarà più, adesso è diversa, molto diversa.

Improvvisamente ti prese la malinconia.

Ti sentisti vecchio, proprio tanto vecchio, anche se vecchio non lo eri.

Pensasti, ancora una volta, che eri arrivato al capolinea.

Mancava poco, ormai.

Ti domandasti, per l’ennesima volta, come Fulvia avesse fatto a sollevare quel tuo putiferio interiore.

Avresti potuto concludere la tua ricerca a quel punto.

Non ti fermasti.

La tua ricerca era come una droga.

E andasti avanti.

Se ti avessero chiesto perché non saresti riuscito a rispondere.

Poi una illuminazione venuta da chissà dove: stavi provando a costruire una storia.

In fondo quello era il tuo lavoro.

Ti soffermasti su una foto: Fulvia era giovanissima, aveva una lunga treccia, dietro di lei c’era il mare. Ti mettesti a canticchiare “Lisa dagli occhi blu, senza le trecce la stessa non sei più”, ti piacevano le canzonette, lo avevi scritto ovunque.

Riposasti lo sguardo sulla foto. Il mare. Lo avevi sempre amato. Avevi amato e, ancora, amavi il Tirreno che ti ricordava l’infanzia. Avevi amato l’Atlantico e ancora lo amavi. Potevi averlo davanti a te ogni giorno. Il mare: lo avrebbero continuato a contemplare milioni di persone anche quando tu non ci saresti stato più.

Cercasti di studiare i tratti di Fulvia.

Sorridesti al pensare che ti stavi trasformando in un fisiognomista.

Improvvisamente scopristi una cosa che non avevi notato prima e che era sotto i tuoi occhi. Come la lettera rubata di Poe, sussurrasti.

La sua data di nascita.

Quaranta anni di differenza tondi, tondi.

La sua data di nascita. La stessa della tua.

Esclamasti il gioco del rovescio, il gioco del rovescio…

Cominciasti ad agitarti. Ti spostavi da una stanza all’altra in cerca di una tranquillità che non riuscivi a trovare.

Spegnesti il computer.

Avevi bisogno di rilassarti.

Decidesti di uscire e di andare a fare una passeggiata sul molo del Terreiro do Paço.

Osservasti i gabbiani, ascoltasti il loro gridare, guardasti la sottile nebbiolina che si sollevava dal mare in quel giorno dell’autunno incipiente. Poteva essere il tuo ultimo autunno, riflettesti. Non ti sentivi stanco e camminasti a lungo pensando a tutti i personaggi che avevi creato e al fatto che ti sarebbero sopravvissuti e avrebbero continuato ad essere amati, almeno lo speravi.

Andasti alla Brasileira e ordinasti un caffè.

Quella coincidenza non smetteva di ronzarti nella mente.

Ripetevi sottovoce, il gioco del rovescio, lo sapevo, il gioco del rovescio.

Avresti voluto scriverglielo, avresti voluto urlarglielo.

Eri certo che non lo avresti fatto.

Invece, quando rincasasti, le scrivesti subito sorprendendo te stesso.

Le scrivesti di getto.

Cara Fulvia,

vengo subito al sodo perché non riesco più a fingere, non è neppure giusto, ma cosa sia giusto a questo mondo chissà se c’è qualcuno che lo sa. Quello che ci siamo scritti nelle mail passate, soprattutto quella che ti ho scritto io è stata una grande ipocrisia, la più perfetta delle dissimulazioni. Il mio invito era un pretesto, avevo solo il desiderio grande, grandissimo di rivederti, di parlare di nuovo con te, di contemplare i tuoi occhi blue.

Quello che avrei voluto scriverti è rimasto imprigionato nella tastiera. E’ giunto il momento della verità, di svelarti un segreto che, sono sicuro, per te è il segreto di Pulcinella.

Quando ti vidi la prima volta, davanti alla Libreria Bertrand, provai qualcosa che raramente mi era successo: uno spaesamento, un trovarsi in un vortice che mi faceva girare la testa e che mi impauriva, io monogamo inveterato e monogamo per convinta scelta e non per convenzione e che avevo parlato di tradimenti solo nei miei libri… Mi piacesti da impazzire subito, mi piacquero quei tuoi stupendi occhi azzurri che ricordano il mare, mi piacque il tuo modo di muoverti e la tua pelle che sembrava fatta dei tessuti con cui si fanno i tappeti a Samarcanda. Era come se ti avessi conosciuta da sempre. I giorni in cui ci vedemmo nel mio studio, anche se lavorammo alacremente, furono come una festa, una bellissima vacanza. Ne ho rimpianto, ne ho nostalgia.

Non una volta ti ho invitata a cena. Non una volta ti ho chiesto di restare a dormire da me. Non mi sono neppure chiesto se questi inviti te li aspettavi e cosa avresti potuto rispondere. Il fatto è che con te non cercavo avventure, non ti avrei mai chiesto di avere una storia con me. Quello che ti avrei chiesto, invece, era di condividere le nostre vite…”

Ti fermasti e ti domandasti come avresti potuto chiederle una cosa del genere se a te resta poco e tra te e lei c’era un abisso di tempo.

Continuasti:

“ … non avrei avuto timore a chiedertelo se non ci fosse stato questo abisso ti tempo che ci separa. Quaranta anni. Anche se siamo nati nello stesso giorno. Ti domanderai come ho fatto a saperlo. Qualche piccola indagine, nessun mistero.

Lo stesso giorno e quaranta anni.

Questo tempo rotto, sempre scardinato, mai sincrono, mi ha trattenuto. Se tu fossi nata dopo… se io fossi nato prima… il tempo è qualcosa di così strano, tu lo sai bene visto che è di questo che ti stai occupando. Incancellabili scarti anche quando sosteniamo che il tempo va in circolo.

Sai cos’è il gioco del rovescio? Tu eri me senza essere me, io ero te, senza essere te.

E’ per il gioco del rovescio che ho avuto quello spaesamento quando ti incontrai davanti alla libreria. Chissà da quale anfratto di tempo sei spuntata!

Questo è tutto quello che avevo da dirti, cara, carissima Fulvia.

Rispondimi se vuoi, se puoi, quando puoi.

Un abbraccio affettuoso.

Antonio”.

Avesti una incertezza e non spedisti immediatamente la mail.

Al mattino ti alzasti presto, accendesti il computer, la rileggesti.

Stavi per premere il tasto di invio.

Ti bloccasti.

Sei ancora alla finestra

Guardi la luna di ottobre.

Ormai è notte fonda.

Non hai sonno.

Sussurri ancora, l’ingiusto ordine del tempo.

Poi ti decidi.

Scriverai.

Scriverai questa storia.

 

 

Andrea Cabassi