VIVERE PROBABILISTICAMENTE

Ho sempre avuto un debole per la teoria della probabilità. Se il mondo, l’universo rappresentano un processo stocastico, la mia individualità è il risultato dell’estrazione di alcune variabili di tale processo. So bene che questo ragionamento potrebbe essere facilmente criticato da molti e con motivazioni di tutto rispetto, ma non posso farci nulla: questa ipotesi ha su di me un fascino tale da richiedere un serio approfondimento. Innanzitutto, l’idea di casualità si adatta bene ad un evento, come la nascita, che è totalmente fuori dal mio controllo. Non solo non ho deciso da quali genitori nascere, in che tempo o in che luogo, ma nemmeno ho deciso se nascere. Mi sono ritrovato letteralmente catapultato in una sorta di gioco già in movimento con il quale non ho avuto alcuna difficoltà a sincronizzarmi, e nemmeno ricordo, cosa assai interessante, quando è iniziata la partita. Nella fanciullezza tutto ciò che costituiva il mio microcosmo sembrava assumere un significato speciale e unico, reso ancor più struggente dall’orizzonte bianco e sterminato che si profilava davanti, ma con l’affacciarsi della maturità ho iniziato finalmente a intravedere la possibilità di essere semplicemente il frutto di un esperimento casuale. 

Non serve un totale straniamento da noi stessi per prendere coscienza della nostra casualità. Una buona dose di onestà può bastare. Riconoscere che, ad esempio, sentirci superiori o depositari di una missione speciale è un atteggiamento che condividiamo con molte altre persone. Se così tanti si sentono speciali simultaneamente, chi più e chi meno, bisognerà ammettere che nessuno è davvero speciale, ma che sentirsi speciali è piuttosto una forza motrice alla base della vita, almeno nella nostra specie. Ecco allora che tutta la nostra storia personale, dall’infanzia ad oggi, ci appare in una nuova luce, e si aprono subito nuove questioni: 
a. Che senso ha parlare di volontà, convinzione e autodeterminazione, se gran parte, diciamo per esemplificare il 95%, di ciò che siamo oggi deriva da fattori genetici e ambientali su cui non abbiamo avuto alcun controllo? 
b. E se anche fosse vero che quel restante 5% di noi è una conseguenza di decisioni prese autonomamente e in piena coscienza, non si dovrebbe obiettare che anche su quel 5% non abbiamo in realtà alcuna voce in capitolo, dato che le decisioni sono state prese da un cervello, il nostro, evoluto anch’esso sotto la spinta dei fattori genetici e ambientali di cui al punto a.? Senza menzionare il fatto che le cosiddette decisioni importanti della nostra vita non sono mai perfettamente razionali ma risentono dell’effetto di qualche input emotivo, il quale deriva a sua volta da fattori esterni e contingenti.


L’illusorietà del libero arbitrio non è d’altra parte un tema nuovo, moltissimi sono quelli che l’hanno sostenuta o confutata in religione, filosofia e letteratura. Qui mi preme tuttavia sottolineare come la nascita e la successiva vita che vi si costruisce sopra siano due facce della stessa medaglia. Non c’è alcuna discontinuità, ma al contrario esse rappresentano un continuo perfetto. Così come la vita ci si è incollata addosso negli anni e nei decenni nostro malgrado, allo stesso modo non abbiamo deciso niente a proposito del nostro concepimento, del nostro corredo genetico, del nostro sviluppo embrionale e delle circostanze della nostra nascita. Le forze della natura agiscono indipendentemente dalla nostra fantomatica volontà, e questo vale sia a proposito del viaggio fortunato degli spermatozoi che hanno dato il via alla nostra esistenza, sia riguardo alla nuova polizza assicurativa che abbiamo stipulato l’altro ieri illudendoci di essere liberi consumatori. Non c’è alcuna differenza sostanziale.

Se capiamo tutto questo, la nostra vita non sprofonda affatto in un apatico determinismo come qualcuno potrebbe temere, ma assume al contrario una qualche coerenza, o almeno una parvenza di ragionevolezza. Lasciatemi fare un paio di esempi che giudicherete stupidi. Vi siete mai chiesti perché non siete nati in Liechtenstein, uno degli stati più piccoli al mondo, ma in uno stato di dimensioni normali? La risposta è semplice: perché la probabilità di nascere in Liechtenstein era molto più bassa! Perché non siete figli del presidente degli Stati Uniti? Stessa risposta. Spero di non avere liechtensteinesi o addirittura figli di capi di stato tra i miei lettori! Faccio un nuovo esempio dove non corro questo rischio. Perché non siete nati nell’età del bronzo ma nel ventunesimo secolo d.c.? Perché eravate predestinati a godere delle comodità di questa epoca? Direi di no. Semplicemente perché all’epoca dell’età del bronzo la popolazione mondiale si aggirava intorno ai 25 milioni, mentre oggi si aggira sui 7 miliardi, quasi trecento volte più grande: molto, molto più probabile quindi venire alla luce oggi! Lungi dall’essere prove schiaccianti (ci dovrà pur essere qualcuno venuto alla luce nell’età del bronzo e per di più nel territorio dell’attuale Liechteinstein!), si tratta comunque di indizi importanti che ci parlano di noi come del risultato di un’estrazione casuale, e che varrebbe la pena ascoltare con più attenzione di quanto si fa di solito.

Fare i conti con questo nuovo approccio non è però semplice. L’uomo ha una tendenza innata ad interpretare se stesso ed il mondo secondo criteri finalistici: se siamo qui, è perché abbiamo una missione, perché siamo parte di una storia. Le nostre vicissitudini, vissute in chiave personale, ci appaiono il riflesso di vicende più importanti, quelle della collettività, sia essa la nostra città, patria, etnia piuttosto che l’intera popolazione umana. Ci sentiamo contributori attivi di un progetto, e cerchiamo di diffondere ad altre persone le nostre idee e il nostro spirito, e viceversa ne veniamo influenzati. Spesso succede che entriamo in conflitto, anche irreversibile, con i nostri simili, e ci richiudiamo in noi stessi, ma anche qui rimaniamo di solito ben ancorati alla nostra visione finalistica: la non azione diventa un manifesto di intenzioni, il nostro dissenso ha sempre in serbo un progetto alternativo più o meno abbozzato, non realizzabile ma non per questo meno vero. Possiamo dire che sia l’approccio critico sopra descritto che un estremo individualismo rappresentano esempi ancora più clamorosi della tendenza innata dell’uomo a considerare se stesso, la propria vita e il proprio tempo come baricentro del mondo intero. Se nel caso dell’uomo “pubblico” il baricentro è costituito dalla dimensione collettiva, per l’uomo “privato” ricade sulla famiglia o addirittura sul singolo e le sue necessità materiali, ma l’atteggiamento è pressoché identico.  Nessuno di loro, infatti, mette in discussione il proprio status: tutti si ritengono padroni del proprio castello, e non considerano l’eventualità che il castello non sarebbe mai potuto sorgere o che, invece del castello, avrebbero potuto finire ad abitare in una mela. Vedono il fluire del tempo come un meccanismo spietato che ha fatto e fa fuori tutti, creature passate e future, ma che miracolosamente e provvisoriamente risparmia proprio loro e le altre poche anime fortunate che hanno il privilegio di essere vive proprio ora, proprio adesso; per questo motivo si sentono speciali e questo infonde energia alle loro azioni. Chi di loro crede nell’immortalità dell’anima, invece, è proiettato in una dimensione atemporale di individualità perenne, una storia di dolcezza infinita che narcotizza paure ed ossessioni. In entrambi i casi, fede o ateismo, non si mette mai in discussione se stessi, il proprio punto di vista. Siamo come grondaie che pretendono di conoscere e veicolare il mondo intero, quando invece attraverso di esse passa sempre e solo acqua piovana. Non sappiamo quasi nulla, ma pretendiamo stupidamente di sapere moltissimo. Io credo che, come primo sforzo per ambire ad una qualche forma di intelligenza, dovremmo tentare di vivere probabilisticamente, ammettendo ad esempio che dentro ad una grondaia difficilmente ci passa il mondo intero, che la grondaia non è un punto di osservazione privilegiato, e che invece di grondaia avremmo potuto essere, che so, vernice per scarpe. Tutto il resto verrà da sé.

 

Andrea Olivieri