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Voci della critica. Sostiene Pereira. Parte 2.

Premessa
Il presente lavoro si pone l’obiettivo di raccogliere, presentare e analizzare le principali voci della critica italiana e straniera a Sostiene Pereira (Antonio Tabucchi, Feltrinelli), dal momento della pubblicazione fino ai tempi più recenti. Si è infatti cercato di coprire l’intero arco temporale 1994-2016. La ricerca dei saggi è stata compiuta su vari supporti informatici (banche dati, riviste online, etc…), presso la biblioteca d’italianistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’archivio periodici della biblioteca Sormani di Milano, la Bodleain Library dell’University of Oxford e la biblioteca della University College London, queste ultime due visitate tra ottobre e gennaio durante un progetto Erasmus svolto presso la Solent Southampton University (UK). L’elaborato è diviso in due parti, una di analisi dell’opera e l’altra di approfondimento di una selezione dei materiali della critica. In chiusura si trova un’appendice contenente un articolo sulla città di Lisbona pubblicato sul quotidiano online «Lettera 43» in occasione dei quattro anni dalla morte di Tabucchi.

2. Flavia Brizio-Skov, Sostiene Pereira: la crisi dell’intellettuale tra Storia e Letteratura, in F. BrizioSkov, Antonio Tabucchi: navigazioni in un arcipelago narrativo, Pellegrini, Cosenza 2002, pp. 127-149
2.1 Il crollo delle certezze di Pereira
Con il suo saggio Flavia Brizio-Skov – una delle principali studiose contemporanee di Antonio Tabucchi – punta a dimostrare la difficile situazione che il protagonista del romanzo vive nel momento in cui si trova di fronte a un «crocevia dove confluiscono forze diverse: cultura, letteratura e potere si fondono e confondono con ragioni personali, emotive, private e inconsce» (p. 129). L’analisi comincia con la citazione di una delle pochissime recensioni negative pubblicate su Sostiene Pereira al momento dell’uscita, quella scritta da Luca Doninelli su Il Giornale dall’eloquente titolo Macché letteratura, è propaganda:

I buoni sono i repubblicani, i socialisti, i comunisti, i bolscevichi, i francesi, Lorca, Majakovskij, e tra i cattolici Bernanos; i cattivi sono Salazar, Franco, Mussolini, i tedeschi, D’Annunzio, Marinetti e, tra i cattolici, Claudel, e con lui, il Vaticano […] Tutta la storia, anzi, la Storia è un conflitto tra reazionari e progressisti(1).

Brizio-Skov giudica «superficiale» (p. 128) la lettura di Doninelli e spiega, invece, che «il romanzo di Tabucchi tratta […] di un protagonista in crisi proprio perché è osservato nel momento in cui avviene la dissoluzione di quelle categorie fisse e assolute di cui Doninelli parla» (p. 128). Senza entrare nel merito della polemica tra l’autore toscano e il critico de Il Giornale, che pochi sanno essersi poi trasformata in realtà in una leale amicizia con stima reciproca, è interessante seguire il percorso tracciato da Brizio-Skov riguardante il crollo delle certezze di Pereira(2). Il giornalista del «Lisboa» si trova infatti a un «difficile bivio» (p. 129) a causa di numerosi fattori e uno di questi è rappresentato dalla strategia narrativa adottata da Tabucchi. «La storia è il resoconto testuale di quello che Pereira ha detto» (p. 129), si legge nel saggio, e il racconto è limitato nella sua dimensione temporale – tra luglio e agosto del 1938 – e in quella spaziale – tutti i suoi spostamenti sono registrati accuratamente in una Lisbona completamente realistica –, mentre c’è una forte reticenza che investe il passato e i sogni del giornalista, il quale sembra avere «uno scopo ben preciso in mente» (p. 130). La sua vita disinteressata e disillusa, tuttavia, viene sconvolta dall’incontro con Monteiro Rossi, vero e proprio turning point del testo. Non a caso, Pereira suda appena riattacca la cornetta del telefono dopo il primo contatto con il giovane. Brizio-Skov spiega il perché:

Pereira suda, ma non per il caldo, bensì per una forma di reazione alla realtà circostante, sintomo di un malessere psicologico che ha radici nell’inconscio e si manifesta con sudore e spossatezza. Ovviamente Pereira intuisce un’atmosfera che lo spaventa e, quando si confessa davanti al ritratto della moglie, ammette di avere l’impressione di essere già morto e che tutto il mondo sia in procinto di morire. La realtà che lo circonda lo influenza negativamente. (p. 132)

La visione marxista della realtà di Monteiro Rossi si scontra con il conformismo di Pereira, che sembra quasi interpretare il mondo in accordo con l’ideologia dominante sia per quanto riguarda la cultura – si rifiuta di pubblicare l’elogio funebre dichiaratamente antifascista in onore di Garcia Lorca rispondendo «o lei è un incosciente o lei è un provocatore, e il giornalismo che si fa oggigiorno in Portogallo non prevede né incoscienti né provocatori» (Sostiene Pereira, p. 38) – sia per la storia. Eppure – continua Brizio-Skov – sono proprio i necrologi proposti dal giovane a condurre il protagonista verso la sua crisi interiore:

La funzione dei necrologi è rivoluzionaria nel senso che essi hanno effetto di rottura giacché, trattando di un argomento, come la letteratura, che sta molto a cuore a Pereira, inducono il protagonista a confrontarsi con una problematica che non è solo letteraria. Pereira capisce che quello in cui crede non corrisponde alla verità sacrosanta, che la Cultura fa parte della società e quindi della Storia, e in qualche modo incomincia a uscire dal silenzio del quale è stato prigioniero sino a questo punto. (p. 136)

Francesco Caligaris

Analisi dell’opera: Parte 1. Parte 2. Parte3. Parte 4. Parte 5.

Voci della critica: Parte 1.

(1) L. DONINELLI, Macché letteratura, è propaganda, «Il Giornale», 9 marzo 1994.

(2) Alla recensione negativa seguì, su Il Corriere della Sera del 10 marzo 1994, un’intervista a Tabucchi firmata da Ranieri Polese in cui Doninelli fu additato come nostalgico dei regimi fascisti. Eppure poco dopo il rapporto tra i due divenne incredibilmente amichevole. Lo ha svelato lo stesso critico sulle pagine de Il Giornale il 27 marzo 2012, due giorni dopo la morte di Tabucchi: «Poi, un pomeriggio, in una stazione ferroviaria incontrai Goffredo Fofi, mio vecchio amico, il quale mi disse di avere incontrato Tabucchi e di averlo visto molto giù. Nonostante i premi ricevuti per Sostiene Pereira, era caduto in depressione. La notizia mi aiutò a comprendere il mio errore, e così scrissi a Tabucchi una lettera di scuse: non perché il suo libro fosse bello (per me non lo era) ma perché non si possono usare le parole per far del male alle persone, e se qualcuno l’aveva fatto con me non potevo dimenticare di essere stato io il primo. Un conto sono le polemiche, un conto la cattiveria. [...] Il 15 gennaio 1995 Antonio Tabucchi mi telefonò. Era il giorno di Sant’Antonio. Disse che aveva appena ricevuto la mia lettera, e che mai regalo di onomastico gli era stato più gradito. Ci incontrammo qualche giorno dopo a Milano, alla Feltrinelli di via Manzoni, dove brindammo insieme. Ricordo la temperatura perfetta dello spumante, preparato da lui, con due flûtes, in un piccolo frigorifero: segno che l’incontro gli stava molto a cuore, come stava molto a cuore a me».