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Voci della critica. Sostiene Pereira. Parte 6.

Premessa
Il presente lavoro si pone l’obiettivo di raccogliere, presentare e analizzare le principali voci della critica italiana e straniera a Sostiene Pereira (Antonio Tabucchi, Feltrinelli), dal momento della pubblicazione fino ai tempi più recenti. Si è infatti cercato di coprire l’intero arco temporale 1994-2016. La ricerca dei saggi è stata compiuta su vari supporti informatici (banche dati, riviste online, etc…), presso la biblioteca d’italianistica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, l’archivio periodici della biblioteca Sormani di Milano, la Bodleain Library dell’University of Oxford e la biblioteca della University College London, queste ultime due visitate tra ottobre e gennaio durante un progetto Erasmus svolto presso la Solent Southampton University (UK). L’elaborato è diviso in due parti, una di analisi dell’opera e l’altra di approfondimento di una selezione dei materiali della critica. In chiusura si trova un’appendice contenente un articolo sulla città di Lisbona pubblicato sul quotidiano online «Lettera 43» in occasione dei quattro anni dalla morte di Tabucchi.

6. Pierluigi Pellini, Pereira, eroe borghese. Per un romanzo di Antonio Tabucchi, «Nuova antologia», 142 (2007), fasc. 2243, pp. 326-51
6.1 L’immedesimazione nell’uomo qualunque
Il saggio di Pierluigi Pellini si apre con un punto di vista critico originale. Viene citato il romanzo Un eroe borghese di Corrado Stajano (1991) in cui – esattamente come Pereria, ma lo si vedrà in seguito – il protagonista rientra «malgré lui» in un’insolita definizione che suona come un forte ossimoro soprattutto in un’ottica di sinistra, corrente cara al pensiero tabucchiano che fu collaboratore, tra gli altri, de «L’Unità». Eppure dai vari elementi contenuti nei testi emergono due figure che hanno ben poco in comune con la tradizionale idea dell’eroe romantico. Stajano presenta infatti la storia dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, ucciso nel 1979 per non essere sceso a compromessi con i protettori del finanziere Michele Sindona legato alla mafia e a Giulio Andreotti; Tabucchi quella di un anziano giornalista indifferente alla politica e disilluso dalla vita che, al termine della narrazione, trova il suo riscatto denunciando pubblicamente i crimini del regime dittatoriale in Portogallo.

Anche Pereira è un eroe malgré lui: giornalista modesto, cattolico, anziano, corpulento, vedovo inconsolabile, cardiopatico, per ragioni molto diverse, ma non meno congenti, è come Ambrosoli agli antipodi dello stereotipo dell’eroe romantico, giovane, idealista, ribelle, sovversivo. (p. 326)

L’etichetta di «eroe borghese», perciò, sembra calzare a pennello anche per Sostiene Pereira. Tuttavia il discorso si complica, perché Pellini tiene a fare una considerazione estremamente importante provando a definire questa «mitografia» (p. 327) dei due personaggi:

Pereira e Ambrosoli diventano eroi, compiono azioni coraggiose cui nulla (educazione, professione, passato, classe sociale, ideologia, ecc…) li predisponeva, perché costretti da una realtà circostante degradata a tal punto che a non essere eroi si corre il rischio di diventare complici, e colpevoli. […] Chi invece segue onestamente i dettami della coscienza, chi applica semplicemente le leggi, si ritrova trasformato in eroe. Malgré lui. Per la nequizia dei tempi, che ha inquinato il concetto stesso di norma. Perché appunto, se ormai normale è l’omertà complice, chi nient’altro fa che il suo modesto dovere (di legge, o di coscienza) si ritrova catapultato sulla scena in vesti eroiche. (p. 327-328)

Non si intuisce a fondo lo spirito dello spunto, se malizioso o meno – più avanti lo stesso Pellini aggiungerà, riferito alla situazione dell’intellettuale di sinistra e a Tabucchi in particolare: «Lontano ormai da illusioni palingenetiche, ma lucidamente consapevole del pericolo di un’involuzione autoritaria, contro cui era (ed è) eticamente inammissibile non lottare» (p. 329-330) –, ma certamente entrambi i romanzi sono stati seguiti da una notevole fortuna critica. E il perché non è difficile da individuare:

Evidente che, a livello di ricezione, il meccanismo funziona: il protagonista di una vicenda eccezionale (non banale, quotidiana, senza sussulti: i testi di cui sto parlando, questo è il punto, non hanno nulla di minimalista) non è più il diverso, il ribelle. È l’uomo comune. Il lettore. Che più direttamente si sente parte in causa. Che inevitabilmente è portato a chiedersi: «che avrei fatto io?». Perché anche lui, mutatis mutandis, avrebbe potuto trovarsi in quella situazione, o in situazione analoghe, nella redazione del «Lisboa» o fra le carte truccate di Michele Sindona. (p. 328)

È l’immedesimazione nell’uomo qualunque, quindi, uno dei veri punti di forza di Sostiene Pereira. E – continua sempre Pellini – anche il principale punto di collegamento con l’eroe borghese “modellato” da Stajano e il contemporaneo allontanamento dalla vocazione anarchica che, nel 1975, ha lanciato sulla scena letteraria proprio Tabucchi con Piazza d’Italia. I tempi ormai sono cambiati e pare questa la “moda” del momento:

La mitografia dell’eroe borghese sembra particolarmente attiva negli anni Novanta del Novecento, dopo la caduta del blocco sovietico e il definitivo esaurimento dei movimenti antagonisti. Fra i molti esempi, il più famoso: ancora, cinematografico, Schindler’s list, Il film di Spielberg è del 1993, un anno prima di Sostiene Pereira; e inizia nel 1938. L’epoca è la stessa. Certo, gli scenari storici sono assimilabili solo in parte […] ma, all’osso, la logica narrativa è analoga: un borghese che tutto predisponeva al collaborazionismo, per un soprassalto di coscienza e dignità si ritrova a combatter un regime da cui la sua stessa classe sociale trae profitto. (p. 328)

6.2 Una contraddizione di fondo?
Tuttavia, quanto visto in precedenza apre scenari profondamente contraddittori. In primo luogo – si chiede l’autore – «l’enfasi sugli eroi borghesi sminuisce […] il valore e la possibilità stessa di scelte più radicali?». Potrebbe sembrare, infatti, che «la Resistenza l’hanno fatta i Schindler meglio dei partigiani? I Pereira meglio dei Monteiro Rossi?». (p. 329) Effettivamente, nel testo di Tabucchi, «quando si tratta di agire, il candido Pereira gioca assai meglio le sue carte» (p. 329):

Il giovane gauchiste di Tabucchi è teneramente velleitario. Di fatto, uno sprovveduto; rivoluzionario per amore prima ancora che per convinzione. Le sue idee sono quelle della volitiva fidanzata, Marta; e copiare, del resto, è l’unica cosa che gli riesce bene: da Feuerbach e altri la tesi di laurea sulla morte; da Marta gli impubblicabili «coccodrilli» per il «Lisboa». Personalità debole, Monteiro, martire inutile. Ma anche Marta è pasionaria dilettante: telefonando a Pereira in redazione, di fatto condanna a morte il suo ragazzo. (p. 329)

Ancor più netta è, però, la divisione che Pellini esegue successivamente, proponendo due chiavi di lettura del romanzo allo stesso tempo legittime ma opposte:

Da un lato, appunto, l’esaltazione di un personaggio compromissorio rischia di insinuare dubbi sulla validità, e utilità, di scelte più radicali e coraggiose; dall’altro, la crisi di coscienza di un protagonista a priori non ostile al potere (se non proprio integrato), il suo rifiuto di rendersi complice, è la denuncia più forte possibile della natura ignobile di un regime oppressivo: abbandonato anche dai pochi che, nella sua base sociale, conservano un barlume di umana dignità. (p. 329)

La questione rimane aperta, ma l’interrogazione iniziale sembra risolversi: più che affine ai comportamenti dell’eroe romantico, con Pereira Antonio Tabucchi segue lo stile borghese esplicitato dal testo di Stajano. E questo non è l’unico punto in comune tra i due, anarchici negli esordi durante le lotte politiche degli anni Settanta – il toscano pubblicò, come già visto, Piazza d’Italia, mentre il giornalista di Cremona scrisse un eloquente Il sovversivo – e, dopo l’approfondito cambiamento del ventennio successivo, nuovamente polemici contro la destra al potere attraverso una serie di articoli raccolti rispettivamente in L’oca al passo (2006) e I cavalli di Caligola (2005).

Francesco Caligaris

Analisi dell’opera: Parte 1. Parte2. Parte 3. Parte 4. Parte 5.

Voci della critica: Parte 1. Parte 2. Parte 3. Parte 4. Parte 5.